Joël Dicker – L’enigma della camera 622

Maledetto Joël, che già m’era piaciuto con Harry Quebert.
Mi sono trovato tra le mani questo romanzo, senza sapere che, intanto, ne hai scritti altri due (che probabilmente andrò a recuperare).
Un’opera mastodontica, di oltre 600 pagine.
Che, tuttavia, sono volate in una settimana scarsa.
Questo romanzo è prolisso? Sì.
La storia è quantomeno inverosimile? Assolutamente sì.
Ma se uno scrittore riesce, ogni maledetto capitolo, ad invogliarti a leggere il prossimo e quello dopo ancora, c’è poco da dire: sa fare il suo mestiere.
Assurde alcune critiche che ho letto: “megalomane perché si rende protagonista” o “l’unica cosa buona è l’omaggio al suo ex editore”. Se un artista mette del personale, come fate a criticarlo?
Attendo con ansia di leggere le vostre opere prime.

Cito la mia recensione di Harry Quebert, con una frase del libro:
“Un bel libro, Marcus, non si valuta solo per le sue ultime parole, bensì sull’effetto cumulativo di tutte le parole che le hanno precedute. All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito.”

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