Seguo il wrestling da 32-35 anni. Più o meno assiduamente, con pause a volte lunghe anni.
La svolta fu, molti anni fa, quando sulle pagine di Tuttowrestling compresi la differenza tra smart e mark.
Sono due chiavi di lettura, la prima rappresenta chi comprende le dinamiche dietro le storyline, capisce che è tutto è scriptato, riconosce le qualità atletiche dei wrestler.
La seconda è chi tifa Hulk Hogan o Rey Misterio.
Ciò premesso, chi pensa al wrestling pensa alla WWE, unica vera costante da 40 anni a questa parte.
Padre padrone dell’azienda è Vince McMahon che, per ragioni inspiegabili, nel doppiaggio italiano di Netflix viene chiamato MCMAN ma, cosa volete, siamo il paese in cui un celebre quotidiano rosa intraprese una caccia alle streghe dopo l’affare Benoit e, mesi dopo, allegava in edicola i DVD dei migliori main event.
McMahon è indubbiamente l’artefice del successo della WWE, nonostante sia famoso per essere una persona controversa e dai dubbi valori morali, basti pensare che è amico di Trump e che sua moglie ne è stata collaboratrice quando è stato presidente USA.
Tuttavia, nonostante una giacca troppo stretta con cui fa i conti per tutte le 6 puntate, è un documentario interessante, sicuramente fazioso (nonostante la presenza di un paio di giornalisti invisi alla federazione) e che, volontariamente, tocca solo di sponda i tanti scandali di cui è protagonista Vince.
Documentario più fruibile da chi è già appassionato, meno da chi è a digiuno. D’altra parte, chi è già appassionato, conosce a memoria lo screwjob di Montreal, la storyline in cui Vince salta in aria, il difficile rapporto col figlio Shane.
Un buon colpo per Netflix che, così facendo, potrà dare forza all’accordo con la WWE per trasmettere i loro show.






