Max Pezzali – Gli anni d’oro

Come si fa a non voler bene a Max Pezzali? Nel corso di questi anni, di queste decadi, ho più volte scritto che la mia generazione ha un debito di riconoscenza nei suoi confronti.
A seconda dei casi, è il fratello più grande, l’amico con cui confidarti, lo zio saggio che parla per frasi altisonanti.

Credo che il successo sia dovuto proprio a questa sua normalità. Max è mediamente intonato, mediamente impacciato, mediamente coinvolto. Anche ieri, mentre rischiava un embolo su note che neanche a 25 anni avrebbe raggiunto, più volte ho avuto la sensazione che si assentasse, distraesse.

È diventato un vincente, parlando di perdenti, sfigati e quotidianità.
È facile identificarsi in lui, nelle sue storie, nei suoi amori dagli àccenti sbàgliati.
Alcuni suoi brani sono poesie dolcissime: Ti sento vivere, L’universo tranne noi, Nessun rimpianto.
Altri sono imbarazzanti. In tedesco, la “Fremdschämen” è la vergogna che si prova nel vedere qualcuno fare cose imbarazzanti.
Ecco, io dal 1992 sento i brividi a cantare “avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffè”.
Brrrrr.

Per fortuna, tranne qualche incidente di percorso come Non me la menare e Cumuli, la scaletta è stata piacevole (con Tieni il tempo cantata due volte, boh).
È sorprendente come, senza un nuovo album in promozione, il nostro eroe riesca a girare l’Italia ormai da anni, collezionando sold out ovunque.

Facesse tre concerti all’anno, probabilmente andrei a sentirlo comunque, per salutare un vecchio amico e cantare con lui.
Perché, in fondo, “basta un giorno così, a cancellare centoventi giorni stronzi”.

Ultimi post